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San Giuseppe
09:27, Mar. 19, 2010
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"Andate da Giuseppe" Il 19 marzo celebriamo la solennità di San Giuseppe. – La sua grande devozione nella Famiglia Paolina.
La virtù di San Giuseppe che don Alberione sottolineò maggiormente è stata quella della laboriosità. In questo tempo quanto mai precario, è quanto mai urgente riscoprire la laboriosità nel suo significato profondo per vivere con ottimismo questo momento di difficile trapasso. Don Alberione scrive: "Leone XIII propone san Giuseppe a modello del lavoratore. Egli fu operaio e maestro a Gesù nel lavoro. Mirabile il quadro che Maria compiva quando, lavorando essa medesima, contemplava il suo santo sposo sudare in una dura fatica, accompagnato al banco dal Figlio di Dio incarnato, creatore di tutto. Il lavoro, sia materiale, morale, intellettuale e apostolico, ci avvicina a Dio eterno… Chi non lavora non procura la propria elevazione, né ha diritto al pane. Da una parte il lavoro, dall’altra la pazienza nel lavoro; da una parte tendere a migliorare in modo giusto la propria condizione, dall’altra sopportare i disagi; da una parte l’afflizione, dall’altra la consolazione; da una parte esigere il giusto, dall’altra dare il superfluo… In san Giuseppe il lavoro è stato sublimato" (CISP 649). Ma che cos’è la "laboriosità"? Dice il Papa nella "Redemptoris custos": "Espressione quotidiana di questo amore nella vita della Famiglia di Nazaret è il lavoro… quello di "carpentiere". Questa semplice parola copre l’intero arco della vita di san Giuseppe…" (n. 22). La "laboriosità" è di certo l’impegno nel lavoro che richiede fatica; ma è soprattutto tenere vivo lo scopo per cui si lavora, che è la gloria di Dio e la pace degli uomini. Ecco i due aspetti interdipendenti della "laboriosità": Se è solo "fatica" il lavoro diventa schiavitù, e saremo sempre portati a scegliere il lavoro che ci piace o ci costa di meno.
Invece, anche il lavoro è stato redento - dice il Papa - proprio grazie al mistero dell’Incarnazione. In che senso? Non nel senso che è stata eliminata la fatica, neppure è stata tolta l’umiliazione di certi incarichi; ma nel senso che è stata data al lavoro la carica salvifica della motivazione che mettiamo, che è poi quella dell’amore. Dice il Papa: "Espressione dell’amore… è il lavoro". Motivati dall’amore (don Alberione riconduce tutto il nostro faticoso impegno alle due motivazioni cantate sulla grotta di Betlemme: "Gloria a Dio e pace agli uomini") si è disposti a tutto. Proprio per questa virtù, che è sì fatica nel lavoro ma nell’impegno di tenere vive le sante motivazioni, don Alberione ha pensato i Discepoli del Divin Maestro, che hanno nella Famiglia Paolina appunto il compito che ebbe san Giuseppe nella Santa Famiglia. Scrive: Particolari relazioni ci sono tra san Giuseppe e i Fratelli Discepoli. Come san Giuseppe, essi compiono un lavoro faticoso per cooperare all’avvento del Regno di Dio; hanno una vita di santificazione, simile alla sua; trovano la loro gioia nello spirito di pietà, nell’umile conformità al volere di Dio, nella silenziosità operosa" (CISP 347). Concludendo, merita leggere una pagina del nostro biografo don Rolfo sulla devozione che in Casa (così era chiamata agli inizi la Società san Paolo) si coltivava verso il Santo della Provvidenza. Il beato Timoteo Giaccardo, che già ne portava il nome, la coltivò profonda e fiduciosa. Scrive don Luigi Rolfo: "Da parte sua, l’economo don Giaccardo imitava il Fondatore nello spirito di povertà, ma lo superava nelle espressioni esterne di devozione al Santo della Provvidenza, il suo celeste patrono san Giuseppe. Si era procurato, non so come, una statuina di piombo del Santo, alta cm 5,5, che teneva sempre sul tavolino e sotto la quale infilava regolarmente le fatture con un gesto e uno sguardo alla statuina che voleva dire: "Se non ci pensi tu, andiamo male"… E conviene credere che san Giuseppe si comportasse in modo da meritare una larga riconoscenza da parte del suo devoto, poiché, nel gennaio del 1926, quando dovette lasciare l’ufficio e partire per Roma, don Giaccardo lasciò e raccomandò al suo successore quella statuina, che passò poi per varie mani e rimase come alleata indispensabile dell’ufficio di economo nella comunità di Alba fino al 1969. Allora, l’economato, che era sempre stato di tipo artigianale, assunse un volto schiettamente commerciale; e la statuina di san Giuseppe, dopo un onorato servizio di mezzo secolo, fu mandata in pensione. Per quanto essa sia piccola e artisticamente insignificante, abbiamo creduto nostro dovere assegnarle un posticino in questa storia degli inizi della Congregazione" (Luigi Rolfo, Don Alberione, p. 156-157). Il fine umorismo dell’autore ci avvisa di evitare il pericolo di fidarci più della "previdenza" che del Santo della "Divina Provvidenza". Venanzio Floriano Preti RomPRETI ROM «Cristo si è fermato a Eboli per chiamare me», dice, facendo il verso al noto romanzo di Carlo Levi, con un sorriso che però non nasconde le fatiche del passato, fra Pasquale Barbetta, 44 anni, frate cappuccino di origine rom originario della cittadina campana. Sguardo profondo, barba curata che fa da corona a un volto sereno, occhi vispi che lasciano immaginare come doveva essere questo uomo da bambino, sempre attento a cogliere ogni occasione per capire la realtà, quella realtà che, crescendo, diventava sempre più difficile. Un lungo percorso di vita che non gli ha risparmiato le fatiche, comuni a tanti della sua etnia, fatta di povertà e di discriminazioni, che ha però trovato l’esito finale, quasi il riscatto, nella vocazione religiosa. «La mia famiglia aveva 10 figli e si era sedentarizzata. Il nostro ambiente non ci portava a vivere come gli altri bambini, ad esempio frequentando la scuola. Scappavo spesso dalla classe in cerca della mia libertà». Ripercorre il suo passato, fra’ Pasquale: «Ho ripetuto diverse volte la quinta elementare, ottenendo la licenza media solo molti anni dopo. Mio padre una notte, quando avevo circa 10 anni, è stato arrestato a causa di un furto di animali, si è fatto tre anni e mezzo di carcere, causando in famiglia uno stato di abbandono e solitudine». Ma anche lui a 14 anni il carcere lo ha conosciuto: «Una domenica al mercato fui accusato ingiustamente da una signora di aver rubato il suo portafoglio: non scappai perché mi sapevo innocente». Risultato: oltre 40 giorni di carcere prima di essere scagionato e vivere, finalmente, la sua conversione.
Il primo incontro con Gesù Il racconto continua: «Appena uscito dal carcere andavo spesso con mio fratello dai frati a chiedere da mangiare. Un giorno gli diedero la Bibbia e cominciò a leggermela. Io ero analfabeta... È lì che ho conosciuto Gesù. Partito mio fratello per il collegio francescano per completare gli studi superiori, ho imparato da solo a leggere la Bibbia e, a 16 anni, di nascosto dai miei familiari ho iniziato a frequentare i frati». Week end vocazionali, discernimento e a 18 anni l’entrata, tra i contrasti familiari, nel vocazionario dei Cappuccini campani, dove fra Pasquale resterà sette anni: «Conobbi una ragazza a Rimini in occasione di un meeting del Rinnovamento nello Spirito e mi innamorai. Così decisi di uscire. La storia non durò molto. Nei 10 anni successivi ho lavorato come operaio al Nord, finché ho capito che la mia vita era qui, al servizio del Signore: così ho chiesto di rientrare per completare la formazione». Ora vive nel convento di Giffoni Valle Piana e il suo futuro lo immagina lontano dalla sua comunità di origine: «Non sento per il momento la chiamata particolare a tornare tra i miei fratelli rom. Gesù stesso non ebbe difficoltà ad annunciare il regno di Dio tra quelli della sua famiglia?». Una situazione comune a molte vocazioni rom. «Attualmente», conferma padre Luigi Peraboni, sacerdote barnabita 75enne che da 36 anni si dedica all’evangelizzazione dei nomadi, «le vocazioni che escono dall’etnia rom/sinti sono circa 130: 70 preti e 60 suore. Pochi di loro decidono di dedicarsi effettivamente all’annunzio di Cristo in mezzo alla loro gente, dotata di una profonda religiosità che da 600 anni attende solo di essere evangelizzata». Padre Luigi ha scoperto la sua vocazione particolare affiancandosi a don Mario Riboldi, sacerdote milanese che da sempre si è sentito chiamato a vivere in mezzo ai nomadi. «In tutti questi anni in Italia abbiamo dato ai rom solo qualche struttura, dei campi, forse delle case, ma non quello di cui hanno più bisogno: il Vangelo». Anche don Osvaldo Morelli, 36 anni, da cinque sacerdote della diocesi di Sessa Aurunca, proviene dall’etnia rom. Parroco di San Sisto a Nocelleto di Carinola, in provincia di Caserta, ha una bella storia vocazionale, forse meno tribolata di quella di fra Pasquale. L’evangelizzazione è ancora scarsa «Sono nato a Santa Maria Capua a Vetere e sono rom abruzzese. La mia famiglia era stanziale e quindi abbastanza inserita nel contesto locale, a partire dalla parrocchia». A Mondragone incontra anche lui i frati cappuccini, che lo iniziano alla vita cristiana. Poi, a 14 anni, la decisione di approfondire la propria vocazione nel seminario minore di Sessa Aurunca: «A 18 anni ho fatto un’esperienza a Loppiano dai focolarini, che mi ha indirizzato alla vita sacerdotale diocesana; così sono entrato nel seminario di Napoli, dove ho compiuto i miei studi fino all’ordinazione». I rapporti con la sua etnia sono frequenti, ma anche lui non si sente chiamato ai suoi fratelli rom: «Sento profondamente la mia origine ma la mia chiamata è qui, in parrocchia». E la Chiesa, quanto fa per i rom? «La Chiesa fa molto a livello caritativo ma nell’evangelizzazione ancora troppo poco. Tutto è rimesso soltanto ad alcune persone di buona volontà, i religiosi che hanno fatto la scelta di dedicare la loro vita a questa popolazione. Per una vera opera di evangelizzazione occorrerebbe un coinvolgimento maggiore delle parrocchie dove risiedono i rom: basta poco, per esempio andarli a trovare nei campi, organizzare delle attività formative, far incontrare le persone». Stefano Stimamiglio
Da: FC
Quaresima 2010
Apertura MuseoRiapre il Museo Arcivescovile di RavennaRavenna, Palazzo Arcivescovile6 febbraio, 2010 - InaugurazioneInaugurazione sabato 6 febbraio 2010 Con la riapertura del Museo Arcivescovile giunge a compimento un lungo lavoro che ha visto come principali attori e promotori: l'Arcidiocesi, da una parte, con Mons. Luigi Amaducci, Arcivescovo; Mons. Giuseppe Verucchi, Arcivescovo, e Mons. Guido Marchetti e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici con l'allora Soprintendente Anna Maria Iannucci. Ha condiviso le fasi finali Carla di Francesco, Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia Romagna, con infine l'attuale Soprintendente Antonella Ranaldi. I tecnici dell'Arcidiocesi e quelli della Soprintendenza hanno lavorato insieme (arch. Diletta Evangelisti, arch. Emilio Agostinelli), instaurando una proficua collaborazione. Il contributo finanziario dello Stato è stato rilevante per il tramite del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dei suoi organi periferici. Le opere esposte sono tutte importanti, alcune sono eccezionali e godono di fama mondiale. Prima tra tutte, la Cattedra d'avorio di Massimiano, sistemata in una teca trasparente, illuminata all'interno. Seguendo il percorso espositivo, si incontra l'antica Cappella Arcivescovile con i suoi preziosi mosaici, il Calendario pasquale inciso su una grande rota di marmo Proconnesio, la Croce greca scolpita avanti e dietro, ritenuta del vescovo Agnello, il mosaico della Madonna orante proveniente dall'abside dell'antica cattedrale. Con gli ultimi lavori si sono aggiunte poi nuove sale al piano superiore che ospitano opere medioevali e moderne.
Antonella Ranaldi (foto P. Bernabini) CostumeCOSTUME Bambini con spirito d’avventura che passano la notte al museo di scienze naturali, impauriti e divertiti mentre stendono il sacco a pelo tra scheletri di dinosauri o accanto alla vasca degli squali. Giovani che fanno le ore piccole contemplando quadri resi ancor più suggestivi dalle ombre della luna. Sembrano scene di Una notte al museo, successo di cassetta, o del sequel Una notte al museo 2. Ma non è un film. È la realtà dei musei italiani in questi incredibili anni in cui il virtuale entra da ogni angolo nella vita quotidiana. Ecco allora ragazzi che, con genitori Peter Pan, scoprono le bellezze dell’arte guidati da personaggi storici interpretati da attori. Oppure accompagnati dagli stessi pittori, che parlano attraverso le cornici di autoritratti computerizzati e tridimensionali. Luci, suoni, colori, video: vivere l’arte, oggi, significa anche farsi proiettare in una dimensione fantastica. Se i direttori dei musei volevano stupire, ci sono riusciti. La posta in gioco era alta: avere sempre più visitatori; rendere l’arte popolare e democratica; portare la cultura nel cuore delle famiglie. I risultati si vedono: lunghe file ai botteghini per molte delle mostre del 2009, boom di presenze di famiglie con bambini, per non parlare dei giovani. Le "notti bianche" gratuite e gli orari prolungati hanno intercettato i gusti nottambuli dei ragazzi.
In coda per entrare La crisi non sfiora i musei. Anzi, le presenze sono in crescita, segno che le famiglie cominciano a godersi le bellezze dietro casa. Il ministero per i Beni e le attività culturali ha reso noto che durante le feste natalizie, nei 30 siti statali più visitati d’Italia, si è avuto un incremento di visitatori del 7,4 per cento. Nei giorni 31 dicembre 2009 - 1° gennaio 2010 le presenze sono state del 12,3 per cento più alte di un anno prima. «Le code ai botteghini sono il miglior marketing», dice convinto Massimiliano Finazzer Flory, assessore alla Cultura di Milano. «Dove vede fila, la gente si interessa, vuole entrare. In soli 30 giorni la mostra su San Giovanni Battista ha avuto 180 mila visitatori. Certo, trattandosi di un’opera di Leonardo il successo era scontato, ma anche per Edward Hopper ha funzionato il passaparola. Per il successo di una mostra la regola è quella delle tre G: gente, gratuità e genio». Sarà per l’insolita regola, ma a Milano la cultura fa i record: 1.300.000 biglietti staccati nel 2009 tra Palazzo Reale, Rotonda della Besana, Pac e Palazzo della Ragione, con più 30 per cento di visitatori. «I miei modelli sono la Tate Gallery di Londra e il Musée d’Orsay di Parigi», continua l’assessore. «Nel primo si fa un’offerta libera: giusta democrazia della bellezza. Nel secondo le famiglie hanno priorità d’ingresso. Anche da noi le carrozzine entrano subito. A Palazzo Reale introdurremo uno sportello informazioni a misura di bambino, per far conoscere proposte e percorsi didattici». I monumenti visti di notte A Milano ha avuto successo l’idea di portare l’arte in giro per la città, come in occasione del centenario del Futurismo. «Sono affascinato dalla luce nelle città, ho scritto anche un libro su questo tema», spiega Finazzer Flory: «I monumenti sono valorizzati dalle luci notturne. La scelta di illuminare dall’interno i rosoni del Duomo ha regalato alla cattedrale un’atmosfera ancora più spirituale. L’Expo 2015 a Milano sarà dedicato alle famiglie e noi lo presenteremo in estate con una mostra sulla rappresentazione della Sacra Famiglia nell’arte lombarda. La famiglia è al centro anche per il biglietto d’ingresso: quelle numerose hanno sconti. E per figli non si intendono solo i propri: i genitori che accompagnano gli amici dei propri ragazzi hanno dei vantaggi». Di marketing e popolarità dell’arte, o per dirla con parole sue, di «semplificazione della conoscenza», parla anche Umberto Broccoli, sovrintendente ai Beni culturali del Comune di Roma. Tre lauree, scrittore, conduttore radiotelevisivo, Broccoli è convinto che chiunque di noi è bambino di fronte a un’opera d’arte. «Abbiamo bisogno di toccare, annusare, gustare, non solo di vedere», dice. «Il concetto di museo distante, per spe******ti, deve sparire. Noi non siamo vestali, messe lì a custodire i cimeli del passato. Dobbiamo farli vivere con nuovi linguaggi. Le didascalie delle opere devono essere chiare, i titoli delle mostre accattivanti, per avvicinare i giovani sotto i 18 anni, assetati di cultura. Per loro i nostri musei sono gratis». Grandi risultati a costo zero Anche a Roma suoni e luci notturne sono l’ultima tendenza. «Per l’Ara Pacis, Richard Meyer ha progettato una teca d’avanguardia, che molti hanno contestato. Cerchiamo di mettere in risalto la modernità della struttura affiancando ai marmi dell’altare mostre di design e arte contemporanea. Dopo quella su Bruno Munari, ce ne sarà una su Fabrizio De André. Questa proposta antico-contemporaneo ottiene risultati da capogiro, grazie anche a un’operazione a costo zero: i marmi dell’Ara Pacis in epoca romana erano colorati con tinte naturali. Noi li abbiamo "ritinteggiati" con tecniche di computer grafica che permettono di illuminare con led i marmi e farli vedere com’erano. Studi dell’Università Pontificia e di quelle di Roma e Firenze hanno permesso di risalire a tracce di colore sui marmi antichi. Così, col computer, la faccia di Enea torna rosa, la sua tunica gialla, il paesaggio verde, il fiume blu. Una vera "rinascita" per l’Altare della Pace, tanto che il sindaco Alemanno ha deciso di organizzare il 21 aprile, data della fondazione di Roma, una giornata per ospitare ai piedi del monumento le tre culture monoteistiche del Mediterraneo». Giusi Galimberti LA CULTURA ITALIANA DEI RECORD
NUOVE SFIDE: VISITARE È BELLO SE GRATIS Londra è una delle capitali più ospitali per chi ama le arti. Dal British Museum al Natural History, qui molti musei sono gratis. Per chi va a Berlino, il consiglio è di scegliere per le visite il giovedì sera: anche il museo Pergamon è a ingresso libero dalle 18 alle 22. Da un recente annuncio del presidente Sarkozy, dal 4 aprile i musei statali francesi saranno gratuiti per i giovani sotto i 25 anni. Anche in Italia si entra gratis in molti musei. Per bambini e over 60-65 ci sono quasi sempre agevolazioni. Per la gratuità nei musei, l’anno scorso c’è stato grande successo di pubblico per la Settimana della cultura, le "notti bianche", il 1° maggio e la Festa della donna (in questo caso, musei gratis alle signore). A Roma, il mercoledì, anziani e disabili hanno l’ingresso libero. «I musei un tempo erano luoghi di tortura, non di benessere dell’anima», dice il sovrintendente Broccoli. «In una mostra la gente deve star bene, trovare un ambiente confortevole, sedersi, bere qualcosa, leggere. Tutto dev’essere ben organizzato, specie per accogliere bambini, disabili, anziani. Stiamo cercando di cambiare mentalità e avvicinarci ai migliori esempi europei». PERCORSI A MISURA DI BAMBINO Al museo, oggi, i bambini non sono solo benvenuti, ma ospiti d’onore. A Palazzo Strozzi a Firenze, viene consegnata loro all’ingresso una valigia stile Mary Poppins con l’occorrente per giocare, interagire con la mostra, esplorare: toccano, maneggiano, senza rischi per le opere. «In tutte le mostre c’è una sala interattiva dedicata ai più giovani», spiega il direttore James Bradburne, canadese, con esperienza trentennale nei musei di mezza Europa. «Rispettiamo le loro competenze, al punto che l’audioguida non è una voce che spiega le opere con linguaggio infantile, ma è fatta per permettere loro di condurre in giro per la mostra i genitori. Diventano loro le guide. L’interazione tra generazioni è fondamentale per la trasmissione della cultura. I percorsi non sono fatti per dividere i membri della famiglia, ma per unirla. I laboratori non sono baby-parking. Si visita con mamma e papà, zii, cugini, nonni. L’emozione che si prova davanti a un quadro va condivisa. Solo così la si ricorderà per sempre». In molti musei, mentre mamma e papà guardano la mostra, i piccoli sono invitati a creare le loro opere d’arte. Copie in versione baby dei quadri originali. Realtà museale recente (la nuova sede progettata da Mario Botta è del 2002), il Mart, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, è all’avanguardia anche in questo. Solo nel 2009 ci sono state 73.800 presenze ai laboratori didattici, tra quelli per le scuole, quelli per le famiglie e quelli specializzati per insegnanti, disabili, carcerati. «La funzione sociale dell’arte ci sta a cuore», spiega la direttrice Gabriella Belli. «I bimbi, poi, amano l’arte contemporanea più degli adulti. Capiscono segni, astrattismi, linee, in modo empatico, senza pregiudizi. Gli adulti, abituati all’arte figurativa classica, fanno più fatica a capire certi autori». Da: FC { Ultima pagina } { Page 1 of 16 } { Prossima pagina } |
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