Vitanelcuore

Vitanelcuore

San Giuseppe

09:27, Mar. 19, 2010 .. 0 commenti .. Link

"Andate da Giuseppe"
   

Il 19 marzo celebriamo la solennità di San Giuseppe. – La sua grande devozione nella Famiglia Paolina.

Lavorare per la gloria di Dio e la pace degli uomini è sempre stato per il Fondatore un programma di vera santità.

IN ALBA, LUOGO di origine della Famiglia Paolina, sorge la prima chiesa fatta costruire da don Giacomo Alberione: la chiesa dedicata al protettore San Paolo. Fu costruita negli anni 1925 -1928. È la culla e nello stesso tempo la sintesi della spiritualità paolina. Uno degli altari laterali è dedicato a San Giuseppe (il secondo a sinistra per chi vi entra).

Il paliotto dell’altare è l’interpretazione cristologica della vicenda raccontata in Genesi 37-50: Giuseppe, venduto dai fratelli a mercanti ismaeliti, diventa viceré d'Egitto e nella tremenda carestia che colpisce per sette anni tutto il territorio viene incaricato dal Faraone della distribuzione del grano, di cui i granai egiziani erano colmi.

Il paliotto (vedi foto sotto) descrive in tre scene il momento saliente dell’intera vicenda: 1. I fratelli di Giuseppe si presentano al Faraone per comprare del grano; il Faraone li manda da Giuseppe: "Andate da Giuseppe" (cf Gn 41,55); 2. I fratelli si avviano; 3. Giuseppe li accoglie e consegna loro il grano, si fa riconoscere, invitandoli addirittura a ringraziare Dio per tutto quello che per loro causa era avvenuto (cf Gn 50,19).

Il paliotto dell’altare di Narciso Càssino che racconta in tre scene la storia di Giuseppe.
Il paliotto dell’altare di Narciso Càssino (Cappella di San Giuseppe – Alba, chiesa di San Paolo)
che racconta in tre scene la storia di Giuseppe.

Protettore e modello di vita

Giovanni Paolo II, nella "Redemptoris custos", ci invita a riprendere coscienza di una devozione che è sempre stata viva nella Chiesa: "Ispirandosi al vangelo, i Padri della Chiesa fin dai primi secoli hanno sottolineato che san Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine santa è figura e modello" (n. 1). Allo stesso modo don Alberione interpreta l’ordine del Faraone che manda i suoi fratelli da Giuseppe; e ci dirà sovente che è volere di Dio che Giuseppe sia mediatore tra noi e il Padre, tra noi e il Figlio, tra noi e Maria.

Don Alberione, per onorare questo Santo, scelse il nome Giuseppe quando il 5 ottobre 1921, insieme al beato Giaccardo e ai primi discepoli che lo avevano seguito, emise la professione religiosa; e ha inculcato nei suoi figli una particolare devozione; per cui tale devozione ha stretti legami con la spiritualità paolina. Nella coroncina, che compose perché fosse recitata il primo mercoledì del mese, mette in risalto vari aspetti di questa devozione: l’aspetto cristologico (la forte intimità che san Giuseppe visse con Gesù); l’aspetto pedagogico (svolse con responsabilità il suo compito di educatore), l’aspetto sociale (è il santo della Provvidenza, protettore dei lavoratori), l’aspetto familiare (fu esemplare nelle virtù sociali e familiari, vero modello di ogni famiglia cristiana), l’aspetto ecclesiale (è invocato come protettore della chiesa universale), l’aspetto apostolico (fu uno dei primi cooperatori che Gesù scelse per collaborare alla salvezza dell’umanità) e l’aspetto escatologico (è protettore dei moribondi).

  
La laboriosità di San Giuseppe

La virtù di San Giuseppe che don Alberione sottolineò maggiormente è stata quella della laboriosità. In questo tempo quanto mai precario, è quanto mai urgente riscoprire la laboriosità nel suo significato profondo per vivere con ottimismo questo momento di difficile trapasso. Don Alberione scrive: "Leone XIII propone san Giuseppe a modello del lavoratore. Egli fu operaio e maestro a Gesù nel lavoro. Mirabile il quadro che Maria compiva quando, lavorando essa medesima, contemplava il suo santo sposo sudare in una dura fatica, accompagnato al banco dal Figlio di Dio incarnato, creatore di tutto. Il lavoro, sia materiale, morale, intellettuale e apostolico, ci avvicina a Dio eterno… Chi non lavora non procura la propria elevazione, né ha diritto al pane. Da una parte il lavoro, dall’altra la pazienza nel lavoro; da una parte tendere a migliorare in modo giusto la propria condizione, dall’altra sopportare i disagi; da una parte l’afflizione, dall’altra la consolazione; da una parte esigere il giusto, dall’altra dare il superfluo… In san Giuseppe il lavoro è stato sublimato" (CISP 649).

Ma che cos’è la "laboriosità"? Dice il Papa nella "Redemptoris custos": "Espressione quotidiana di questo amore nella vita della Famiglia di Nazaret è il lavoro… quello di "carpentiere". Questa semplice parola copre l’intero arco della vita di san Giuseppe…" (n. 22). La "laboriosità" è di certo l’impegno nel lavoro che richiede fatica; ma è soprattutto tenere vivo lo scopo per cui si lavora, che è la gloria di Dio e la pace degli uomini. Ecco i due aspetti interdipendenti della "laboriosità":

Se è solo "fatica" il lavoro diventa schiavitù, e saremo sempre portati a scegliere il lavoro che ci piace o ci costa di meno.

Cappella di San Giuseppe con pala del Prof. Barberis.
Cappella di San Giuseppe con pala del Prof. Barberis (Chiesa di San Paolo in Alba).

Invece, anche il lavoro è stato redento - dice il Papa - proprio grazie al mistero dell’Incarnazione. In che senso? Non nel senso che è stata eliminata la fatica, neppure è stata tolta l’umiliazione di certi incarichi; ma nel senso che è stata data al lavoro la carica salvifica della motivazione che mettiamo, che è poi quella dell’amore. Dice il Papa: "Espressione dell’amore… è il lavoro". Motivati dall’amore (don Alberione riconduce tutto il nostro faticoso impegno alle due motivazioni cantate sulla grotta di Betlemme: "Gloria a Dio e pace agli uomini") si è disposti a tutto.

Proprio per questa virtù, che è sì fatica nel lavoro ma nell’impegno di tenere vive le sante motivazioni, don Alberione ha pensato i Discepoli del Divin Maestro, che hanno nella Famiglia Paolina appunto il compito che ebbe san Giuseppe nella Santa Famiglia. Scrive: Particolari relazioni ci sono tra san Giuseppe e i Fratelli Discepoli. Come san Giuseppe, essi compiono un lavoro faticoso per cooperare all’avvento del Regno di Dio; hanno una vita di santificazione, simile alla sua; trovano la loro gioia nello spirito di pietà, nell’umile conformità al volere di Dio, nella silenziosità operosa" (CISP 347).

Concludendo, merita leggere una pagina del nostro biografo don Rolfo sulla devozione che in Casa (così era chiamata agli inizi la Società san Paolo) si coltivava verso il Santo della Provvidenza. Il beato Timoteo Giaccardo, che già ne portava il nome, la coltivò profonda e fiduciosa. Scrive don Luigi Rolfo:

"Da parte sua, l’economo don Giaccardo imitava il Fondatore nello spirito di povertà, ma lo superava nelle espressioni esterne di devozione al Santo della Provvidenza, il suo celeste patrono san Giuseppe. Si era procurato, non so come, una statuina di piombo del Santo, alta cm 5,5, che teneva sempre sul tavolino e sotto la quale infilava regolarmente le fatture con un gesto e uno sguardo alla statuina che voleva dire: "Se non ci pensi tu, andiamo male"… E conviene credere che san Giuseppe si comportasse in modo da meritare una larga riconoscenza da parte del suo devoto, poiché, nel gennaio del 1926, quando dovette lasciare l’ufficio e partire per Roma, don Giaccardo lasciò e raccomandò al suo successore quella statuina, che passò poi per varie mani e rimase come alleata indispensabile dell’ufficio di economo nella comunità di Alba fino al 1969. Allora, l’economato, che era sempre stato di tipo artigianale, assunse un volto schiettamente commerciale; e la statuina di san Giuseppe, dopo un onorato servizio di mezzo secolo, fu mandata in pensione. Per quanto essa sia piccola e artisticamente insignificante, abbiamo creduto nostro dovere assegnarle un posticino in questa storia degli inizi della Congregazione" (Luigi Rolfo, Don Alberione, p. 156-157). Il fine umorismo dell’autore ci avvisa di evitare il pericolo di fidarci più della "previdenza" che del Santo della "Divina Provvidenza".

Venanzio Floriano

Da: Coop.Paolino



Preti Rom

15:31, Mar. 17, 2010 .. Inviato inAttualità .. 0 commenti .. Link

PRETI ROM
FRA’ PASQUALE E DON OSVALDO, STORIE DI NOMADI CONSACRATI A DIO


DAL "CAMPO" ALLA TONACA

Non soltanto sgomberi, pregiudizi e disagio, ma anche belle e significative storie di vita. Dedicata agli altri.

«Cristo si è fermato a Eboli per chiamare me», dice, facendo il verso al noto romanzo di Carlo Levi, con un sorriso che però non nasconde le fatiche del passato, fra Pasquale Barbetta, 44 anni, frate cappuccino di origine rom originario della cittadina campana. Sguardo profondo, barba curata che fa da corona a un volto sereno, occhi vispi che lasciano immaginare come doveva essere questo uomo da bambino, sempre attento a cogliere ogni occasione per capire la realtà, quella realtà che, crescendo, diventava sempre più difficile. Un lungo percorso di vita che non gli ha risparmiato le fatiche, comuni a tanti della sua etnia, fatta di povertà e di discriminazioni, che ha però trovato l’esito finale, quasi il riscatto, nella vocazione religiosa.

«La mia famiglia aveva 10 figli e si era sedentarizzata. Il nostro ambiente non ci portava a vivere come gli altri bambini, ad esempio frequentando la scuola. Scappavo spesso dalla classe in cerca della mia libertà». Ripercorre il suo passato, fra’ Pasquale: «Ho ripetuto diverse volte la quinta elementare, ottenendo la licenza media solo molti anni dopo. Mio padre una notte, quando avevo circa 10 anni, è stato arrestato a causa di un furto di animali, si è fatto tre anni e mezzo di carcere, causando in famiglia uno stato di abbandono e solitudine».

Ma anche lui a 14 anni il carcere lo ha conosciuto: «Una domenica al mercato fui accusato ingiustamente da una signora di aver rubato il suo portafoglio: non scappai perché mi sapevo innocente». Risultato: oltre 40 giorni di carcere prima di essere scagionato e vivere, finalmente, la sua conversione.

Fra Pasquale Barbetta davanti alla riproduzione di una scena di vita di san Francesco nel convento dei Cappuccini a Giffoni Valle Piana.


Fra Pasquale Barbetta davanti alla riproduzione di una scena di vita
di san Francesco nel convento dei Cappuccini a Giffoni Valle Piana
(foto Giancarlo Giuliani).

Il primo incontro con Gesù

Il racconto continua: «Appena uscito dal carcere andavo spesso con mio fratello dai frati a chiedere da mangiare. Un giorno gli diedero la Bibbia e cominciò a leggermela. Io ero analfabeta... È lì che ho conosciuto Gesù. Partito mio fratello per il collegio francescano per completare gli studi superiori, ho imparato da solo a leggere la Bibbia e, a 16 anni, di nascosto dai miei familiari ho iniziato a frequentare i frati».

Week end vocazionali, discernimento e a 18 anni l’entrata, tra i contrasti familiari, nel vocazionario dei Cappuccini campani, dove fra Pasquale resterà sette anni: «Conobbi una ragazza a Rimini in occasione di un meeting del Rinnovamento nello Spirito e mi innamorai. Così decisi di uscire. La storia non durò molto. Nei 10 anni successivi ho lavorato come operaio al Nord, finché ho capito che la mia vita era qui, al servizio del Signore: così ho chiesto di rientrare per completare la formazione».

Ora vive nel convento di Giffoni Valle Piana e il suo futuro lo immagina lontano dalla sua comunità di origine: «Non sento per il momento la chiamata particolare a tornare tra i miei fratelli rom. Gesù stesso non ebbe difficoltà ad annunciare il regno di Dio tra quelli della sua famiglia?».

Una situazione comune a molte vocazioni rom. «Attualmente», conferma padre Luigi Peraboni, sacerdote barnabita 75enne che da 36 anni si dedica all’evangelizzazione dei nomadi, «le vocazioni che escono dall’etnia rom/sinti sono circa 130: 70 preti e 60 suore. Pochi di loro decidono di dedicarsi effettivamente all’annunzio di Cristo in mezzo alla loro gente, dotata di una profonda religiosità che da 600 anni attende solo di essere evangelizzata».

Padre Luigi ha scoperto la sua vocazione particolare affiancandosi a don Mario Riboldi, sacerdote milanese che da sempre si è sentito chiamato a vivere in mezzo ai nomadi. «In tutti questi anni in Italia abbiamo dato ai rom solo qualche struttura, dei campi, forse delle case, ma non quello di cui hanno più bisogno: il Vangelo».

Anche don Osvaldo Morelli, 36 anni, da cinque sacerdote della diocesi di Sessa Aurunca, proviene dall’etnia rom. Parroco di San Sisto a Nocelleto di Carinola, in provincia di Caserta, ha una bella storia vocazionale, forse meno tribolata di quella di fra Pasquale.

L’evangelizzazione è ancora scarsa

«Sono nato a Santa Maria Capua a Vetere e sono rom abruzzese. La mia famiglia era stanziale e quindi abbastanza inserita nel contesto locale, a partire dalla parrocchia». A Mondragone incontra anche lui i frati cappuccini, che lo iniziano alla vita cristiana. Poi, a 14 anni, la decisione di approfondire la propria vocazione nel seminario minore di Sessa Aurunca: «A 18 anni ho fatto un’esperienza a Loppiano dai focolarini, che mi ha indirizzato alla vita sacerdotale diocesana; così sono entrato nel seminario di Napoli, dove ho compiuto i miei studi fino all’ordinazione».

I rapporti con la sua etnia sono frequenti, ma anche lui non si sente chiamato ai suoi fratelli rom: «Sento profondamente la mia origine ma la mia chiamata è qui, in parrocchia». E la Chiesa, quanto fa per i rom? «La Chiesa fa molto a livello caritativo ma nell’evangelizzazione ancora troppo poco. Tutto è rimesso soltanto ad alcune persone di buona volontà, i religiosi che hanno fatto la scelta di dedicare la loro vita a questa popolazione. Per una vera opera di evangelizzazione occorrerebbe un coinvolgimento maggiore delle parrocchie dove risiedono i rom: basta poco, per esempio andarli a trovare nei campi, organizzare delle attività formative, far incontrare le persone».

Stefano Stimamiglio
   
ANCHE I NOMADI DIVENTANO SANTI

Forse pochi lo sanno ma anche i nomadi, i Kalós, hanno il "loro" santo: si tratta di Ceferino Giménez Malla, detto "el Pelé", morto nel 1936 durante la guerra civile spagnola e beatificato da Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997. Nato da genitori nomadi nell’agosto 1861 a Benavent de Lérida (Catalogna), luogo di sosta per molti gitani dell’epoca, il bimbo venne subito battezzato nella parrocchia locale.

Di famiglia povera, praticò per qualche anno l’accattonaggio, diventando successivamente commerciante di animali. Si sposò a soli 18 anni (il matrimonio con rito cattolico, inusuale per i nomadi dell’epoca, fu celebrato nel 1912) con una ragazza gitana, Teresa, dalla quale non ebbe figli. Venne fucilato in odio alla fede presso il cimitero di Barbastro, in Aragona, nell’estate del 1936 per aver difeso un sacerdote. Al momento dell’esecuzione stringeva tra le mani una corona del rosario, motivo per cui è stato definito "martire del rosario". Sono attualmente in corso altri due processi di beatificazione di persone rom: un uomo, Juan Ramon, e una donna, Emilia.

S.St.

Da: FC



Quaresima 2010

10:20, Feb. 22, 2010 .. Inviato inSpiritualità .. 0 commenti .. Link

La Quaresima, occasione per cercare negli altri il volto di Dio

 

“Nei volti cerco il tuo Volto” è il titolo del Messaggio che l'Arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia, ha inviato ai militari per la Quaresima 2010.

Quello quaresimale, afferma nel testo, è un “tempo di grazia, per cercare e contemplare, da uomini retti, la luce del volto di Dio”.

Il volto, constata, “è l’espressione per eccellenza della persona, ciò che la rende riconoscibile e da cui traspaiono sentimenti, pensieri, intenzioni del cuore”.

“Dio, invisibile per natura, nella sua benevolenza ha rivelato il suo volto” e “ha preso un volto umano, lasciandosi vedere e riconoscere in Gesù Cristo, Volto da fissare nei tanti volti della nostra Quaresima”.

Deserto e monte

Nel suo Messaggio, monsignor Pelvi spiega che nell'itinerario quaresimale si aprono “due scenari non usuali per la nostra voglia di immaginare: il deserto e il monte”.

Nelle prime due domeniche, infatti, “c’è un invito a meditare il 'volto della prova' e il 'volto della gloria', il deserto della tentazione e il monte della trasfigurazione”.

Nelle tre prove di Gesù, osserva l'Arcivescovo, “sono sintetizzate le prove di ogni uomo che vive sulla terra”.

“La tentazione del pane, del potere e dell’idolatria accompagnano i nostri giorni, immagine dei giorni di Cristo; le sue tentazioni sono il volto delle nostre e noi in lui possiamo superarle”.

L’uomo “è chiamato a salire sul monte, diventare trasparenza della gloria, persona dal volto luminoso, trasfigurato dall’incontro con Colui che è totalmente Altro”.

La forza della conversione

“Tra il volto della lotta e il volto della meta, tra la fatica dell’esodo e la vetta della Pasqua si snoda il 'volto della conversione' (terza domenica), quello del perdono (quarta domenica) e della misericordia (quinta domenica)”, prosegue il Messaggio dell'Ordinario militare.

“La conversione diviene rinnovata fiducia di un Dio paziente che dissoda il terreno di un albero senza frutto e quotidianamente lo concima”.

In Gesù, “Dio per primo si converte all’uomo, gli va incontro, perché ritorni a desiderare il suo Volto”.

“Il vero ostacolo alla conversione, al ritorno al Signore con tutto il cuore”, sottolinea il presule, è “l’io, presuntuoso e ribelle”.

Il volto del padre

Il volto di Dio che Gesù rivela, sottolinea monsignor Pelvi, “non è di un padrone, ma di un padre che fa festa quando ritrova il figlio che accetta di lasciarsi vestire dalle vesti più belle, di ricevere l’anello al dito e di calzare i sandali dell’uomo libero”.

“Nel riconoscersi con un volto di figlio nel Figlio si riscopre il senso di una vita bella e serena, proiettata in un orizzonte di speranza. È la vittoria sulla morte della solitudine, della noia, dell’indifferenza e del peccato; è l’incontro della miseria con il Volto della misericordia”.

“Abbiamo l’annuncio della vita nuova che Dio, in Gesù definitivamente semina nel cuore dell’umanità, non più schiava e nascosta dietro una maschera per proteggersi, ma ospitale con l’Altro e con gli altri”.

“Dio traccia i lineamenti del volto umano, perché il mondo cresca in armonia e pace”.

Riconoscere i fratelli

Se “abbiamo l’Eterno nell’animo”, dichiara l'Ordinario militare, “siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale ma un altro me stesso, una sfaccettatura, la somiglianza divina del mistero umano”.

La nostra percezione del mondo, e in particolare dei nostri simili, dipende infatti soprattutto dalla presenza in noi dell’immagine di Dio.

“E’ una sorta di risonanza: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore. Più, invece, noi siamo abitati da Dio, e più diventiamo sensibili nel riconoscere la sua presenza nel volto del povero, dell’affamato, del sofferente, imparando a donare e sfamare, consolare e accogliere”.

In questo contesto, la Quaresima è un tempo favorevole per la santificazione.

“Lo è per ogni battezzato e a maggior ragione per noi sacerdoti chiamati a celebrare ogni giorno ciò che viviamo e a vivere ciò che celebriamo”, ha riconosciuto.

Per questo, ha chiesto nell'Anno Sacerdotale a Gesù Buon Pastore “la grazia di impegnarci perché il suo Volto sia onorato e riconosciuto ovunque, soprattutto nel volto di chi soffre e di chi promuove ogni forma di carità e giustizia con coraggio e coerenza”.

“Apprenderemo come si è amati e come si ama, dove si trova la conversione, il perdono e la misericordia e come si diviene costruttori di quella Verità, che da lui si irradia e a lui conduce”, conclude.


ROMA, venerdì, 19 febbraio 2010 (ZENIT.org).-



Apertura Museo

14:30, Feb. 15, 2010 .. Inviato inAttualità .. 0 commenti .. Link

Riapre il Museo Arcivescovile di Ravenna

Ravenna, Palazzo Arcivescovile

6 febbraio, 2010 - Inaugurazione

e_2010_ra_m_arcivescovile_5

Inaugurazione sabato 6 febbraio 2010
Palazzo Arcivescovile
piazza Arcivescovado 1
48121 Ravenna
tel. 0544 541655
 

Ore 11.00 Sala gialla, ingresso ad invito

Saluto da parte delle autorità religiose

Mons. Giuseppe Verucchi
Arcivescovo Metropolitana di Ravenna-Cervia

Mons. Mariano Crociata
Sottosegretario Generale Conferenza Episcopale Italiana

Mons. Guido Marchetti
Direttore Opera di Religione della Diocesi di Ravenna

Interverranno le autorità civili
e per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali:

Onorevole Francesco Maria Giro
Sottosegretario di Stato del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Arch. Carla Di Francesco
Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia-Romagna

Arch. Antonella Ranaldi
Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Ravenna, Ferrara, Forlì-Cesena, Rimini

Ore 15.00 apertura al pubblico


e_2010_ra_m_arcivescovile_6       
Conferenza stampa del 2 febbraio, Palazzo Arcivescovile, sala gialla,  l'Arcivescovo Mons. Giuseppe Verucchi, a sinistra Mons. Guido Marchetti, a destra il Soprintendente Antonella Ranaldi
 
e_2010_ra_m_arcivescovile_4
Da sinistra a destra: Mons. Guido Marchetti, l'Arcivescovo Mons. Giuseppe Verucchi, la Soprintendente Antonella Ranaldi, l'arch. Diletta Evangelisti (progettista e direttore lavori), l'ex Soprintendente Anna Maria Iannucci

Con la riapertura del Museo Arcivescovile giunge a compimento un lungo lavoro che ha visto come principali attori e promotori: l'Arcidiocesi, da una parte, con Mons. Luigi Amaducci, Arcivescovo; Mons. Giuseppe Verucchi, Arcivescovo, e Mons. Guido Marchetti e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici con l'allora Soprintendente Anna Maria Iannucci. Ha condiviso le fasi finali Carla di Francesco, Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia Romagna, con infine l'attuale Soprintendente Antonella Ranaldi. I tecnici dell'Arcidiocesi e quelli della Soprintendenza hanno lavorato insieme (arch. Diletta Evangelisti, arch. Emilio Agostinelli), instaurando una proficua collaborazione. Il contributo finanziario dello Stato è stato rilevante per il tramite del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dei suoi organi periferici.
 
Si è perseguito negli anni un obiettivo comune. Dalle preliminari indagini e ricerche, si è passati al consolidamento strutturale, alle dotazioni impiantistiche, al restauro delle sale e dei reperti esposti, fino all'allestimento museale e didascalico.

e_2010_ra_m_arcivescovile_3
Sala del Lapidario, al centro la statua acefala in porfido di imperatore  

A cominciare dal Lapidario, le opere esposte testimoniano la storia di Ravenna e dell'Arcidiocesi. Ognuna è memoria selezionata di un passato antico; risalgono al periodo classico, tardo antico, paleocristiano e medioevale. Esse appartenevano già al nucleo storico del Museo e, prima ancora, alla collezione voluta dall'Arcivescovo Maffeo Niccolò Farsetti, promotore del rinnovamento, iniziato nel 1734, della contigua cattedrale. In quei lavori, smontando le lastre del pavimento, posto nel Cinquecento, si rinvennero capovolte lapidi con epigrafi e rilievi. Venivano dai monumenti di Ravenna, smantellati e utilizzati come cave di materiali e soprattutto provenivano dalla stessa cattedrale Ursiana del periodo paleocristiano (fine IV - inizio V secolo), già essa ricca di materiali di reimpiego.
 
Il nuovo allestimento ha il fascino e il sapore dell'antico. Rievoca quello settecentesco della sala del Lapidario, secondo il gusto dell'epoca, quando le antichità erano esposte ad ornamento delle dimore, a godimento di chi abitava lì e degli ospiti invitati. Vi si coniuga il carattere di museo-collezione in ambienti confortevoli e quasi familiari, senza ridondanza di sorta, dotati di moderni impianti e accessibili al pubblico, con particolare attenzione ai diversamente abili e ai non vedenti.

e_2010_ra_m_arcivescovile_2    e_2010_ra_m_arcivescovile_1
Cattedra in avorio di Massimiano                               Croce di Agnello              

Le opere esposte sono tutte importanti, alcune sono eccezionali e godono di fama mondiale. Prima tra tutte, la Cattedra d'avorio di Massimiano, sistemata in una teca trasparente, illuminata all'interno. Seguendo il percorso espositivo, si incontra l'antica Cappella Arcivescovile con i suoi preziosi mosaici, il Calendario pasquale inciso su una grande rota di marmo Proconnesio, la Croce greca scolpita avanti e dietro, ritenuta del vescovo Agnello, il mosaico della Madonna orante proveniente dall'abside dell'antica cattedrale. Con gli ultimi lavori si sono aggiunte poi nuove sale al piano superiore che ospitano opere medioevali e moderne.
 
Merita un cenno il contesto architettonico in cui è inserito il Museo, posto all'interno delle fabbriche dell'Episcopio, sedimentate sulle strutture tardo antiche ed alto-medioevali. Osservando il prospetto verso il giardino dell'Arcivescovado, si percepisce la complessa stratigrafia del tempo, le strutture del Vivarium e sopra ad esse la Cappella, la sopraelevazione medioevale, accanto al cilindro possente della Torre Salustra.
 
e_2010_ra_m_arcivescovile_7    e_2010_ra_m_arcivescovile_8
Prospetto verso il giardino
 
Un lungo cammino ha portato, dal Settecento ad oggi, alla formazione del Museo Arcivescovile, con l'apporto come in passato della Soprintendenza di Ravenna. Dal 1911 il Soprintendente Giuseppe Gerola ne aveva infatti curato la sistemazione, inserendo la Cappella Arcivescovile nel percorso di visita al museo, restaurando inoltre le strutture più antiche dell'Episcopio. Parallelamente, dal 1913, lo stesso Gerola dava impulso al Museo Nazionale di Ravenna, collocandolo nel monastero benedettino di San Vitale.
 
Il Museo è esso stesso testimonianza di fede e di cultura, e come tale viene proposto nel riuscito allestimento, corredato dalle tavole, poste nello scalone, che ripercorrono la successione cronologica degli eventi storici e degli arcivescovi che hanno guidato l'Arcivescovado di Ravenna.

Antonella Ranaldi

(foto P. Bernabini)
LINK



Costume

06:56, Jan. 21, 2010 .. Inviato inAttualità .. 0 commenti .. Link

COSTUME
IL "BOOM" DI MOSTRE ED ESPOSIZIONI NEL NOSTRO PAESE

PER CASA IL MUSEO

Anziani, adulti, ragazzi. E soprattutto famiglie con bambini: oggi in Italia l'arte è sempre più popolare. Grazie a nuove iniziative che attirano grandi e piccini.

Bambini con spirito d’avventura che passano la notte al museo di scienze naturali, impauriti e divertiti mentre stendono il sacco a pelo tra scheletri di dinosauri o accanto alla vasca degli squali. Giovani che fanno le ore piccole contemplando quadri resi ancor più suggestivi dalle ombre della luna. Sembrano scene di Una notte al museo, successo di cassetta, o del sequel Una notte al museo 2. Ma non è un film. È la realtà dei musei italiani in questi incredibili anni in cui il virtuale entra da ogni angolo nella vita quotidiana. Ecco allora ragazzi che, con genitori Peter Pan, scoprono le bellezze dell’arte guidati da personaggi storici interpretati da attori. Oppure accompagnati dagli stessi pittori, che parlano attraverso le cornici di autoritratti computerizzati e tridimensionali. Luci, suoni, colori, video: vivere l’arte, oggi, significa anche farsi proiettare in una dimensione fantastica.

Se i direttori dei musei volevano stupire, ci sono riusciti. La posta in gioco era alta: avere sempre più visitatori; rendere l’arte popolare e democratica; portare la cultura nel cuore delle famiglie. I risultati si vedono: lunghe file ai botteghini per molte delle mostre del 2009, boom di presenze di famiglie con bambini, per non parlare dei giovani. Le "notti bianche" gratuite e gli orari prolungati hanno intercettato i gusti nottambuli dei ragazzi.

Fila a Firenze per entrare agli Uffizi.
Fila a Firenze per entrare agli Uffizi (foto Ansa).

In coda per entrare

La crisi non sfiora i musei. Anzi, le presenze sono in crescita, segno che le famiglie cominciano a godersi le bellezze dietro casa. Il ministero per i Beni e le attività culturali ha reso noto che durante le feste natalizie, nei 30 siti statali più visitati d’Italia, si è avuto un incremento di visitatori del 7,4 per cento. Nei giorni 31 dicembre 2009 - 1° gennaio 2010 le presenze sono state del 12,3 per cento più alte di un anno prima.

«Le code ai botteghini sono il miglior marketing», dice convinto Massimiliano Finazzer Flory, assessore alla Cultura di Milano. «Dove vede fila, la gente si interessa, vuole entrare. In soli 30 giorni la mostra su San Giovanni Battista ha avuto 180 mila visitatori. Certo, trattandosi di un’opera di Leonardo il successo era scontato, ma anche per Edward Hopper ha funzionato il passaparola. Per il successo di una mostra la regola è quella delle tre G: gente, gratuità e genio».

Sarà per l’insolita regola, ma a Milano la cultura fa i record: 1.300.000 biglietti staccati nel 2009 tra Palazzo Reale, Rotonda della Besana, Pac e Palazzo della Ragione, con più 30 per cento di visitatori.

«I miei modelli sono la Tate Gallery di Londra e il Musée d’Orsay di Parigi», continua l’assessore. «Nel primo si fa un’offerta libera: giusta democrazia della bellezza. Nel secondo le famiglie hanno priorità d’ingresso. Anche da noi le carrozzine entrano subito. A Palazzo Reale introdurremo uno sportello informazioni a misura di bambino, per far conoscere proposte e percorsi didattici».

I monumenti visti di notte

A Milano ha avuto successo l’idea di portare l’arte in giro per la città, come in occasione del centenario del Futurismo. «Sono affascinato dalla luce nelle città, ho scritto anche un libro su questo tema», spiega Finazzer Flory: «I monumenti sono valorizzati dalle luci notturne. La scelta di illuminare dall’interno i rosoni del Duomo ha regalato alla cattedrale un’atmosfera ancora più spirituale. L’Expo 2015 a Milano sarà dedicato alle famiglie e noi lo presenteremo in estate con una mostra sulla rappresentazione della Sacra Famiglia nell’arte lombarda. La famiglia è al centro anche per il biglietto d’ingresso: quelle numerose hanno sconti. E per figli non si intendono solo i propri: i genitori che accompagnano gli amici dei propri ragazzi hanno dei vantaggi».

Di marketing e popolarità dell’arte, o per dirla con parole sue, di «semplificazione della conoscenza», parla anche Umberto Broccoli, sovrintendente ai Beni culturali del Comune di Roma. Tre lauree, scrittore, conduttore radiotelevisivo, Broccoli è convinto che chiunque di noi è bambino di fronte a un’opera d’arte.

«Abbiamo bisogno di toccare, annusare, gustare, non solo di vedere», dice. «Il concetto di museo distante, per spe******ti, deve sparire. Noi non siamo vestali, messe lì a custodire i cimeli del passato. Dobbiamo farli vivere con nuovi linguaggi. Le didascalie delle opere devono essere chiare, i titoli delle mostre accattivanti, per avvicinare i giovani sotto i 18 anni, assetati di cultura. Per loro i nostri musei sono gratis».

Grandi risultati a costo zero

Anche a Roma suoni e luci notturne sono l’ultima tendenza. «Per l’Ara Pacis, Richard Meyer ha progettato una teca d’avanguardia, che molti hanno contestato. Cerchiamo di mettere in risalto la modernità della struttura affiancando ai marmi dell’altare mostre di design e arte contemporanea. Dopo quella su Bruno Munari, ce ne sarà una su Fabrizio De André. Questa proposta antico-contemporaneo ottiene risultati da capogiro, grazie anche a un’operazione a costo zero: i marmi dell’Ara Pacis in epoca romana erano colorati con tinte naturali. Noi li abbiamo "ritinteggiati" con tecniche di computer grafica che permettono di illuminare con led i marmi e farli vedere com’erano. Studi dell’Università Pontificia e di quelle di Roma e Firenze hanno permesso di risalire a tracce di colore sui marmi antichi. Così, col computer, la faccia di Enea torna rosa, la sua tunica gialla, il paesaggio verde, il fiume blu. Una vera "rinascita" per l’Altare della Pace, tanto che il sindaco Alemanno ha deciso di organizzare il 21 aprile, data della fondazione di Roma, una giornata per ospitare ai piedi del monumento le tre culture monoteistiche del Mediterraneo».

Giusi Galimberti

LA CULTURA ITALIANA DEI RECORD

+ 7,4% i visitatori nei 30 musei e siti statali più importanti
+ 12,3 % delle presenze solo a San Silvestro e a Capodanno
1.300.000
i biglietti staccati nei principali musei di Milano

NUOVE SFIDE: VISITARE È BELLO SE GRATIS

Londra è una delle capitali più ospitali per chi ama le arti. Dal British Museum al Natural History, qui molti musei sono gratis. Per chi va a Berlino, il consiglio è di scegliere per le visite il giovedì sera: anche il museo Pergamon è a ingresso libero dalle 18 alle 22. Da un recente annuncio del presidente Sarkozy, dal 4 aprile i musei statali francesi saranno gratuiti per i giovani sotto i 25 anni.

Anche in Italia si entra gratis in molti musei. Per bambini e over 60-65 ci sono quasi sempre agevolazioni. Per la gratuità nei musei, l’anno scorso c’è stato grande successo di pubblico per la Settimana della cultura, le "notti bianche", il 1° maggio e la Festa della donna (in questo caso, musei gratis alle signore). A Roma, il mercoledì, anziani e disabili hanno l’ingresso libero.

«I musei un tempo erano luoghi di tortura, non di benessere dell’anima», dice il sovrintendente Broccoli. «In una mostra la gente deve star bene, trovare un ambiente confortevole, sedersi, bere qualcosa, leggere. Tutto dev’essere ben organizzato, specie per accogliere bambini, disabili, anziani. Stiamo cercando di cambiare mentalità e avvicinarci ai migliori esempi europei».

PERCORSI A MISURA DI BAMBINO

Al museo, oggi, i bambini non sono solo benvenuti, ma ospiti d’onore. A Palazzo Strozzi a Firenze, viene consegnata loro all’ingresso una valigia stile Mary Poppins con l’occorrente per giocare, interagire con la mostra, esplorare: toccano, maneggiano, senza rischi per le opere.

«In tutte le mostre c’è una sala interattiva dedicata ai più giovani», spiega il direttore James Bradburne, canadese, con esperienza trentennale nei musei di mezza Europa. «Rispettiamo le loro competenze, al punto che l’audioguida non è una voce che spiega le opere con linguaggio infantile, ma è fatta per permettere loro di condurre in giro per la mostra i genitori. Diventano loro le guide. L’interazione tra generazioni è fondamentale per la trasmissione della cultura. I percorsi non sono fatti per dividere i membri della famiglia, ma per unirla. I laboratori non sono baby-parking. Si visita con mamma e papà, zii, cugini, nonni. L’emozione che si prova davanti a un quadro va condivisa. Solo così la si ricorderà per sempre».

In molti musei, mentre mamma e papà guardano la mostra, i piccoli sono invitati a creare le loro opere d’arte. Copie in versione baby dei quadri originali. Realtà museale recente (la nuova sede progettata da Mario Botta è del 2002), il Mart, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, è all’avanguardia anche in questo. Solo nel 2009 ci sono state 73.800 presenze ai laboratori didattici, tra quelli per le scuole, quelli per le famiglie e quelli specializzati per insegnanti, disabili, carcerati.

«La funzione sociale dell’arte ci sta a cuore», spiega la direttrice Gabriella Belli. «I bimbi, poi, amano l’arte contemporanea più degli adulti. Capiscono segni, astrattismi, linee, in modo empatico, senza pregiudizi. Gli adulti, abituati all’arte figurativa classica, fanno più fatica a capire certi autori».

Da: FC



{ Ultima pagina } { Page 1 of 16 } { Prossima pagina }

About Me

Home
Il mio profilo
Archivi
Amici
Album fotografico



Collegamenti

Famiglia Paolina
Vivinellagioia
Peaceandlove
Dizionario online
Bibbia
Liturgia delle ore - audio
Vaticano
Siticattolici
Noicattolici
Foto dig.più grande del..
Webcam diretta Lourdes
Benedetta B.Porro
Accendi una candela a Maria
Cappella virtuale
Nuovo mensile su S.Paolo
Capela Virtual paulinas
Riviste Paoline
Anno Paolino
Paolo di Tarso
Bibliografia su S.Paolo
Pj-online
Giornalino online giochi
Paulus Web

Categorie

Spiritualità
Racconti
Poesie
Fiabe
Libri
Mass Media
Attualità

Contenuti recenti

San Giuseppe
Preti Rom
Quaresima 2010
Apertura Museo
Costume

24800 RICETTE gratis

Termini da ricercare:

Dove fare la ricerca:





24.800 RICETTE

Ricerca per Portata


Statistiche